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Segno tra gli altri, appena in tempo, sulla soglia, la tentazione di entrare ed uscire da qualcosa, di essere ovunque, qua soprattutto.

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lunedì, 16 giugno 2008

Di mano in mano, consumano le foto in lontananza, a perdita d’occhio; quando eravamo, si era, per propensione e attitudine, per compresenza con altri, per desiderio d’essere. Ed ora? Che ogni tentazione è frantumata e ogni cristallo ridotto in briciole al suolo, osservo le piccole paure di ieri diventare realtà, eppure non mettono più in moto adrenalina, sono scarpe scomode adattatesi alla pianta del piede. Ho sempre odiato il legno alle pareti, quelle listerelle chiare lunghe, coi nodi più marroni o neri, quel modellarsi alle finestre, finire in strani battiscopa, le luci basse e gelide, le lenzuola raffazzonate al mattino per sembrare pulite, i gesti dell’aprire un preservativo da plastiche quadrate d’argento, i denti cannibali, sporgenti, all’infuori. Oggi nessun livore, tutto mi mette solo tristezza, come se quello squallore fosse innegabile, c’è, e fa parte di me. Un passaggio a vuoto nel quale rimanere prigionieri. Come se domani i soffitti potessero diventare colorati o le pareti rosse, o le lenzuola nere che non possono negare macchie di sperma, le denunciano avide in espansione rapida verso cuscini e sonni. E ancora più incredulo ricordo che l’amore è stato un gesto, spegnermi la sigaretta sul dorso della mano e guardarla friggere lentamente, che voleva dire? Non conto nulla di fronte a questo. Oppure riaffermare l’intensità dei sensi in una parabola di masochismo e ferite. Non so. Ma un gemito è ancora un orizzonte che si spalanca, un posticipare il piacere per non sentirne più nulla di lì a poco. La gioia di rapire un abbandono, adesso so, non era mai un dare, ma un prendere condizionato dalla propria fissità, altrove, sull’orlo del caffè la mattina dopo, nel suo ciondolare tra le labbra e il pavimento.
postato da: Ozren alle ore 20:46 | link | commenti
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mercoledì, 09 aprile 2008

...meno di niente, un singolo passaggio tra redazioni e sensi allertati alla lettura; cerco la folla, che mi manca l'aria, e di poco, mi sembra di diventare fasullo anche io, per metà uomo e per metà toro con le stimmate conficcate catene nella pelle spessa. succhiava da niente che la testa era altrove. il regalo di certe fiche è non fare domande, è riservare uno spazio, tenero, assoluto, nel quale procrastinare parole, lasciarle naufragare. solo esserci è il regalo. a volte non si capisce, ma la venerazione, l'ammirare, è l'approdo di questa marina scalcagnata che non riconosce porti, li assaggia, e divora mete occasionali. "dal momento che la felicita' risiede nella contemplazione, Leopoldo Valdez era felice." (Carlo Laurenzi). E' quel che sfugge, non capito, alle femmine che incrociano al meridianozero. Che sono jazz. Che domani non fanno l'inventario. Perche' fate l'inventario? Al saccheggio! Che siamo deboli di gioia, e futili di sesso malcoscumato tra rapide leccate e sonno al termine di giornate troppo lunghe. E stanchi. Divorati da un competizione economica e di fatturati, da stazioni maleodoranti. Da lunghe pause di desiderio. Diretti verso il morbido di una carne viva, fragile, sottesa, appena accennata e rossa, rosa al tatto, sensibile al tocco, delicata come non riusciamo piu' ad essere. non dimenticate. Noi saremo il tutto inefficiente, incapaci di ridere di fronte a un cazzo. destinati al rispetto di ogni strana erezione, sul treno o in un milano-roma al fulmicotone da casello a casello. teniamo i tempi, come corridori stupidi.
postato da: Ozren alle ore 21:46 | link | commenti (2)
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domenica, 03 febbraio 2008

…Come d’altre ragioni, compito e rivolta, cammino verso, e rimettersi al gioco pensando di poterne trarre beneficio e vittoria. Alla memoria corta si perdona il desiderio di esserci anche oggi, che nessuna idea mi pare nuova e la chiave è la continuità, le ore che ruzzolano le une sulle altre, cosnolandoci. La mattina ci metto dieci minuti a scaldare l’abitacolo della macchina, con le dita rigide sulla plastica nera e liscia del volante, con il lieve cigolio dei pedali, con la nebbia aggrappata al lunotto posteriore. Provincia lombarda. Viene da fissarsi sulle linee della segnaletica orizzontare e fare “aaahm” ad ogni striscia bianca divorata, incamerata metri indietro dalle gomme. Non è che mi interessi arrivare, posando il palmo della mano sul sedile vuoto, cullato dal calore della combustione che esce a folate dai bocchettoni, penso alle cose da dire e agli obiettivi di oggi, eccitato dal pensiero di rincontrare qualcuno che ha perso qualche chilo e adesso ha voglia di fingere distanza e freddezza nelle parole del “fare”, del lavoro, in verità di mostrare quanto quella nuova agilità prenda il sopravvento nel letto, inarcando la schiena per aumentare la penetrazione. Mi prende in giro per come vuoto le tasche sul comodino, chiavi, monete, cartine di caramelle alla menta, portafortuna accartocciati nel fazzoletto, santi improbabili e piastrine in argento. Vorrei dirle che invece è sempre stato tutto lì, nei capelli lisci neri e nello sguardo blu, che ormai la tecnica del movimento mi esaurisce, che mi stanco prima, che per i chilometri alle spalle sono stato tormentato dal pensiero di mordere la carne morbida dell’interno coscia e del pube rasato. Nulla, vado alla scoperta svogliata di ossa sconosciute, spaesato. Costretto ad un war game mi perdo in un confuso sparatutto, sopraffatto dalla competizione, mi ritiro sconfitto e osservo il suo viso sorridere cinico.
postato da: Ozren alle ore 11:21 | link | commenti (2)
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lunedì, 24 dicembre 2007

…in parti uguali di nebbia e inverni, di cause chiuse su un appennino con le catene alle ruote e una speranza di luce nel buio di una mattina. Resto su alle terme per la forza del caldo e della carne, passando al telefono troppe ore nel dire: sono incastrato al passo, sepolto di neve. Non ci sono. A domani. E respiro secco, un’aria fresca, di donna piccola, appena accennata, defraudando il frigo bar gia’ alle due del pomeriggio, e cercando ancora quel tepore accogliente delle intercapedini, dove la pelle si assottiglia e il rosa-rosso vivo dell’intimita’ si dilata al tatto, cede al piumone e si scioglie fra le dita. Mi sento colpevole delle distanze, e dell’affanno di mancare appuntamenti. Dite domani, che ormai e’ Natale e domani e’ fra due settimane… Mimo un fucile e sparo ai terribili babbi natale che si arrampicano carogne sulle nostre deboli speranze di avere un vero cuore a pulsare di una festa appiccicosa e piena di falsi odori, di aghi d’abete, di muschio, di stalla e caramello. Qui si festeggia con la lingerie rossa e un piccolo set da vibrazione vermiglio e trasparente di varie forme e misure. Col sudore a rannicchiarsi attorno finestre e fumare una nebbia che allontana da tutto. Il regalo di un giorno out e altri mille a rigirare sedie e chiudere cassetti. I prossimi giorni sono gia’ oggi, che stanco e infreddolito porto carichi di niente verso un albero finto, e spero per un attimo che si giri la palla, e di venir sepolto dal bianco candido di decine di palline di polistirolo, affogato.
postato da: Ozren alle ore 14:43 | link | commenti (3)
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lunedì, 19 novembre 2007

…pare che ci siano solo roma e milano, trapassate di fretta dal taxi e dal lento incedere dei passanti lungo le strisce, ora veloce correre alla fermata, e mi sento alieno in abitacolo, assieme a quelli che trascinano borse e perdono la piega della giacca verso le tre del pomeriggio. Gli alberghi sanno di uno strano fasullo pulito, di un odore disinfettante che mi ricorda i cinema porno dei miei quattordici e quindici anni, quelli aperti dalle dieci di mattina e con tre spettacoli diversi ogni giorno, quelli rapidamente trasformati in piccoli bordelli per omosessuali, dove due labbra son comunque due labbra e una sega e’ una pugnetta da nulla, da farsi cadere liquido in un fazzoletto al mentolo. Il ridicolo degli avvicinamenti non cambia, quattro chiacchiere sospette, senza aprirsi troppo, poi le ragazze sul treno, capaci di straordinarie astrazioni ed evasioni visive lungo le campagne. Sogno sesso da galleria, cessi dondolanti e stretti. Ventiquattrore e squallore che si accompagnano. Sporcare la cravatta negli sbuffi artistici di merda nel water dell’eurostar. Sono rimborsato penso ad ogni partenza e poi dimentico di tutto, spendo in regali stupidi, in ciabatte col grugno di leone alla centrale di Milano, accappatoi con la testa/cappuccio di elefante di pezza. Povero imbecille. Toccaccio con ansia i resti di cenere dei posaceneri di vecchi vagoni, di quando si poteva tabaccare con disinvoltura, e credo di aver perso un piccolo confine della mia fottuta liberta’ personale, con odio fumo nel bagno, maledicendo lo specchio per l’immagine di post veglia che riproduce bastardo. Mi perdo nelle chiacchiere dei vicini e nelle misere litigate con controllori zelanti che cercano il rispetto di una classe prima in disuso, compromessa da treni stracolmi. Chiuso in una maschera segreta. Osservo il futuro. Rapito dalle sue fughe veloci oltre doppi vetri.
postato da: Ozren alle ore 00:27 | link | commenti (3)
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sabato, 20 ottobre 2007

…un film inutile, di penetrazioni e assurdi blow job da situazione squallida, guardiamo assorti fra le lenzuola crucche rossastre e le luci apprensive stese nelle intercapedini di una stanza angolare. Cercando nomi per pronunciare gli oggetti e definire le relazioni fra costi della vita, troppi euro per un caffè e pochi per una media bionda, sia birra o fica. Mi sono dimesso e guardo il futuro sul fondo torbido di una weiss, distinguo a fatica le piastrelle dalla moquette e non sento per nulla freddo in queste notti assiderate, scaldate da attimi e momenti che interpreto dalla consistenza dei capezzoli e dal suono orientale che scende bulgaro da assidui altoparlanti sopra alla porta chiusa. Margy ha un dente d’oro, un regalo di un'italia di fretta e di una violenza misogina e ostetata, bastarda, sono sopraffatto da un pentimento da via emilia, dal rumore dei camion che affrettano la notte spendendola di sonno stentato e penetrazioni rapide, fra le casse e i pallet di merce in agguato. Mi perdo nelle parole, assumendo un inglese veloce e ineccepibile, difficile, mi fermo e riprendo lingua e sostegno del corpo scandendo e sillabando intuizioni di vite private per mezz’ora al giorno e il resto al lavoro. E la notte altrove i normali ti scopano in una occasione di trasferta, in un luogo unico e strano nel quale farsi prendere nel culo sarà una appannata memoria di domani ed un lieve bruciore di ricordi alcolici. Le chiamate distanti sembrano ombre in queste nicchie drogate di un club di provincia. Squillano lontane tra bassi in battere e levare. Lunghi affanni la mattina di corsa agli affari e alle conquiste di un territorio business, nel quale arrangiarsi una cravatta al collo, nel quale imbottirsi di caffè e parole. Farfuglio un bacio e nella notte sparisco in un abitacolo di taxi, manca un libro a questo catalogo visto e rivisto, una storia che raccontare ferisce. Che ascoltare suggestiona.
(From Frankfurt Book Fair 2007)
postato da: Ozren alle ore 20:16 | link | commenti (4)
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giovedì, 18 ottobre 2007

Ti farà piacere sapere che i compagni migliori si trovano spesso lungo una scalinata in salita verso il piano di sopra, attraversando pianerottoli e piccoli teatri ad ogni porta. E con la rimanenza del calore e il tallone che pulsa di un dolore patetico di trascinamento, arrivo al rosso di una lampada a parete. Mi spoglio e mi sdraio. In un silenzio di gesti e composizione, dove le lingue hanno altra efficacia, e comunicazione spegne parole, le rivolge altrove. Ad affari e ordini di Guiness e Cajun burger in inglese al pub, al tedesco frainteso di un caffè. Osservo tante luci attorno allo specchio e vedo che riflette solo distanze. E solo cerco di fissare il soffitto macchiato di umido e non le labbra che scorrono sul cazzo con una strana artefatta passione, e penso : “…lieve scintilla brucia i giorni cattivi, e i miei gesti primitivi che non ti fanno bene, ma che dilatano polmoni e vene…”, Moltheni in supporto. Tengo stretta questa nuca sudata e mi distraggono le luci abbaglianti che sostengono il palazzo di fronte, lo circondano di un rosso brillante e fragile nel nero del cielo. E fino alla fine penso alla libertà di un attimo, di un venire inefficace nel palmo di una mano stanca, mi assaggio per restare e leccare lento la densità di quel che si gode. Dietro alla porta c’è una festa catalana, e i DJ di Barcellona armeggiano sulle consolle circondate dai fiati, dalle trombe e dai sax frenetici. Sanno che il vero mestiere è il luogo, la posizione, per vedersi corrispondere una nota, e due, poi la chiusura. Ci troviamo a fumare ubriachi di lituano e spagnolo, che capirsi è solo un toccarsi con la mano libera, e piangere da quel fumo impacciato che termina la sua corsa sugli occhi. Scambiarsi la sigaretta vuole dirsi non vedersi mai più e concentrare in quel gesto di condivisione di nicotina e saliva un’intera stagione di libri.
(from Frankfurt Book Fair 2007, la canzone: Moltheni 2007, “Giorni cattivi” da “Io non sono come lei”).
postato da: Ozren alle ore 18:31 | link | commenti (1)
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mercoledì, 19 settembre 2007

...riusciamo a percepire appena qualche movimento oltre la tenda ferma e dietro al vetro il sospetto che tutto possa accadere troppo in fretta, una svolta improvvisa o un incidente, una pagina ben scritta. Cosi’ cerco nella mail una dimensione affettiva ed e’ come essere fuori a rimestare nel piatto, nelle chele di un crostaceo, e guardarsi distrattamente negli occhi, il ristorante lascia in vista la cucina e i suoi fumi di vapore, le reti da pesca appese al soffitto e barche dipinte, abbandonate su un mare rigido e verdognolo. E’ facile perdere il filo di pensieri e oltrepassare corpi, sembra di essere alla guida e vedere il doppio di tutto, l’abbagliare multiforme di un passaggio a livello, senza avere nulla da dire se non calpestare la frizione, e carezzare il volante. Digitare frequenze simili fra loro. Fino a "C'e' questo stanotte". Leggere un messaggio e’ come restare in quel silenzio con una mano leggermente abbandonata sulla sua coscia e sulle sue ginocchia spigolose, mentre parla a bassa voce e tenta scontrose intimita’, provocatorie. La lecco nell’abitacolo, sotto a un ponte della ferrovia, e sento un sapore acido e neutro, premestruale, morbido, e rannicchiato mi abbandono a un ritmo imitato, lento, docile. Capisco solo adesso l’odore di fumo intriso nella tappezzeria essenziale della macchina, quasi fin dentro alla carrozzeria, familiare, insopportabile. Al ritorno i lampioni mi feriscono le lenti a contatto, fanno strani riflessi nella mente, e cosi’ non vedo l’ora di tornare a leggere messaggi, al soffuso giallo della lampada accanto al Mac. Non sento piu’ nulla, ne’ dolore ne’ piacere, riverso su un cursore stanco che sembra spegnersi lento. Piano. Piano.

"C'e' questo stanotte: due distese di bianco spezzano l'oscurita'.
Una a terra, immobile, ricopre le forme.
L'altra in continuo movimento penetra nella notte e si ritrae.
Il gelo ha ricoperto i vasi su questo terrazzo dove non andiamo mai.
Il vento piega gli alberi e tende i fili dove nessuno stende piu' biancheria.
Ho scavalcato il tuo corpo, scomposto nel sonno
e nella mia parte di letto mi sono avvolto nel tuo calore.
(Massimo Volume, "C'e' questo stanotte", Emidio Clementi, 1997)
postato da: Ozren alle ore 20:53 | link | commenti (7)
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sabato, 15 settembre 2007

…svegliarsi ed assaggiare l’aria era il metodo per attendere che la giornata diventasse reale, dalla prima boccata di sigaretta un rumore sordo che tacita le orecchie e rimedia un apparato di piccoli ricordi e sensazioni leggere, fuori Trani si risveglia e dipinge di rosa quel bianco sempre candido di sole, i percorsi lastricati che attendono il vociare della piazza ed il piacere del primo marocchino senza zucchero. Rimane un goccio di wodka lemon sul fondo di una bottiglia di minerale riempita per l’occasione, cocktail fatto in casa dal sapore aspro e cattivo.
Stretto a questa schiena compagna, reduce da Unkle sound e respiri affannati, di un odore intimo e pungente di sesso anale, mi spingo oltre il bordo del letto e guardo i libri ammucchiati ai piedi di una scrivania fatta di carte scarabocchiate e disegni, alla ricerca di un luogo nel quale restare, di una pagina sola alla quale dedicare Mad Season e sax sfrenati, di una posizione unica dalla quale poter ricominciare l’osservazione dei movimenti e delle folle verso il lavoro. Mi sento perso nel riassumere una vita in poche righe di un diaro letto adolescente e surreale, fatto di esclamativi e profumato di una ingenuita’ mentita, profanata, trascurata fino al desiderio di negazione, rifiuto, mi sento vecchio fra questi seni leggeri. Sbagliato. Fardello di me stesso. Stremato da un’erezione impalpabile, mentale e virtuale, in fase decisamente calante, e reale, pulsante. Insisto su capelli assonnati e reagisco a pensieri di affetto e sentimento col metro sfasato di una nuova tacca su un fucile anorgasmico, professionale, freddo, incandescente del suo fuoco cieco e muto, distante. Cosi’ dal vagone saluto, e seduto piango lacrime di altri pensieri, di quei metri che lascio a possibilita’ impossibili, relegate in un ambiente MacIntosh che fara’ strato dopo strato un simulacro di memoria. E mi sento perso nello scoprirmi indifferente, caotico sovrapporre di pensieri, e concreto pulsare di impegni di lavoro, proiezioni. Ho lasciato sul piazzale un falso cuore, un altro. Solo una sembianza di vita, di sofferenza, con il terrore di essere realmente un altro passeggero, un biglietto di ritorno. Un volo
postato da: Ozren alle ore 23:26 | link | commenti (5)
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mercoledì, 05 settembre 2007

...come compasso sceglie e nega compiendo il suo cerchio anonimo attorno alle persone, le delimita, le contiene all'interno di un lacero sostegno, appena un perimetro, sfasato. E ad ogni giro qualcosa interseca e assorbe, divora al passo, facendo fulcro sulle poche sicurezze rimaste, consumate da molti buchi al centro di larghe volute.
Cosi' sento il lieve sbattere e sfiorare al vento della circonvallazione, un darsi gomiti e continuare osservando indietro, di sottecchi, appena. In parte adoro quel percorso sinuoso d’onda che trasporta e corre senza mai toccare il centro eppure lo detesto, nella sua tensione centrifuga di espansione fasulla, di metodo della distanza emotiva, all’apparenza qua piu’ stretta e la’ piu’ larga ed in realta’ sempre allo stesso raggio.
Cosi’ finiamo per girarci attorno, toccandoci per sbaglio, rimanendo svegli la notte a osservare un sonno inquieto e un respiro ansioso, lo stesso che tambura il petto e non permette riposo. Rimane un po’ di pelle appiccicata alle lenzuola e quasi dolce, sperma dal sapore di incenso.

“E’ andata cosi’
che cosa le vuoi chiedere
gli ha gia’ aperto il cranio e poi
e’ stata li’ a guardare per un po’
piangendo la notte
e divorandosi il cuore di giorno
quel taglio e’ la mano che ora la

porta via
dalla miseria che
si mastica

non sono le botte
e’ il tempo a fare male
per ogni giorno che
la sveglia ancora accanto a lui
sfiorando un sorriso
rappreso fra le rughe
quel taglio e’ la mano
che ora la

porta via
dalla miseria che
si mastica
(Cesare Basile, “Senza sonno”, 2003)
postato da: Ozren alle ore 20:04 | link | commenti (3)
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